Gaza, Galimberti e la Libia

Grande clamore, in questi giorni, sul caso della Libia che ha paragonato Gaza a un campo di concentramento, con l’ambasciatore italiano Marcello Spatafora che avrebbe chiesto la sospensione della riunione dell’Onu. Strano, però, che finora in Italia siano passate inosservate le parole del filosofo-guru Umberto Galimberti- Eccole qua:

… io non so se qualcuno ha visitato mai Gaza. Gaza è, letteralmente, un campo di concentramento. E allora cosa succede? è il caso, per prendere quelli che si ritiene essere dei terroristi, di abbattere ponti, togliere l’elettricità, eliminare l’acqua a gente che vive praticamente in una condizione di deserto? Questi non sono crimini contro l’umanità? Che differenza passa tra un attentato palestinese e un raid israeliano, se non semplicemente una differenza tecnica di chi avendo una maggior potenza militare può fare cose più eleganti di quanto non facciano i poveri? Questa mi pare davvero una questione di grandissima ipocrisia.
Guai oggi a chi dice di essere anti-americano (perché non lo si può essere?) e guai ancora a chi denuncia il fatto che forse una enclave occidentale come quella israeliana nel mondo arabo non è la cosa migliore che si sia potuta pensare nella storia.

Il brano è la trascrizione di un intervento che si trova tuttora nel sito della Feltrinelli, tra i podcast, puntata 28 della serie “La casa di Psiche” (si scarica cliccando qui). Da notare che il testo risale al giugno 2006: all’epoca a Gaza si stava un po’ meglio di oggi!

In effetti

Nel pullulare di trasmissioni dove lo spettatore diventa “reporter per un giorno” e spedisce le foto dei fatti importanti, qualcuno ha immaginato di fare uno scherzo e di spedire alla redazione fotografie vere ma un poco alterate. Esempio: la foto di un evento reale (come il passaggio della fiaccola olimpica) con l’aggiunta di qualche dettaglio improbabile (ad esempio, il volto della piccola Maddie tra gli spettatori). Col PhotoShop, è un attimo.

Una donna piena di problemi

Se hanno aspettato finora per fare un disco significa che l’hanno fatto bene. E sulla base di ciò, il disco nuovo dei Portishead si potrebbe comprare anche a scatola chiusa.
Poi esce questo singolo, Machine Gun, e uno pensa che i Portishead si sono montati la testa. Troppo rumore, troppo forte, troppo diverso dalle cose che si sono sentite finora: non funziona. E intanto il “rumore” ti entra nella testa, il brano finisce e lo vuoi sentire di nuovo.
E il resto del disco? Inizia sfilacciato e tetro, man mano che le tracce scorrono i suoni si fanno più ricercati mentre la voce di Beth Gibbons, la più ascoltabile e rispettabile tra le gattemorte del rock and roll, resta uguale a sé stessa, un velo scintillante tra gli accenni sinfonici così come tra le scariche punk (queste ultime abbondano nel nuovo disco). Toni polverosi e nostalgici, in tutte le tonalità del bianco-e-nero, combinati come sempre con la massima cura, puntando alla perfezione, con forza, con grazia.