“Rendition”, bel film di sacrosanta denuncia

Jake Gyllenhaal, sempre con la sua faccia un po’ imbronciata che abbiamo imparato a conoscere in film come Donnie Darko e Brokeback Mountain, a un certo punto estrae dalla tasca il telefonino, digita un numero e chiede: “Passatemi la redazione del Washington Post“.  Che cosa avrà da raccontare il bel Gyllenhall? Di come lui, giovane agente della Cia in coraggiosa ribellione contro i suoi capi,  é riuscito  a liberare un chimico egiziano vittima di una rendition, cioé un’operazione illegale eseguita dalle autorita statunitensi per trasferire una persona da un paese a un altro al di fuori di qualsiasi procedura legale.

La scena fa un po’ sorridere, ma alla fine facciamo il tifo per l’attore e per la libera stampa. Il momento della telefonata al quotidiano che costrinse alle dimissioni il presidente Nixon è tra quelle memorabili di Rendition, il film che uscirà sugli schermi il prossimo 29 febbraio. Diretto dal regista sudafricano Gavin Hood, é una denuncia efficace di questa pratica antiterroristica adottata in larga scala dalle autorità statunitensi, o per conto di queste ultime,  dopo gli attacchi dell’11 settembre del 2001.

Bel film, intenso, girato fra il Marocco e Washington, con bravi attori. Spicca Meryl Streep, cinica e spietata dirigente della Cia, perfida come ci era già apparsa in Il diavolo veste Prada.

Il film é patrocinato da Amnesty International.

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