Come la rucola a Milano nel ’95

Attenzione: un po’ di spoiler (trad.: cose che forse non volete sapere prima di vedere il film)

I malumori sui nazisti in tutte le salse circolavano già prima che uscisse il nuovo film di Quentin Tarantino, Inglorious Basterds. Circolavano all’epoca del film con Kate Winslet, The Reader. O di quello con Tom Cruise con la banda all’occhio. Qualcuno ha cominciato a scocciarsi di vedere nazisti sempre nei film. I nazisti sono i cattivi. E gli altri sono tanto più buoni quanto i nazisti sono più cattivi. Chiaro, molto chiaro. L’abbiamo capito. A proposito, complimenti per lo sforzo creativo – e non vi preoccupate se ci è parso un po’ ardito: ci siamo arrivati lo stesso e tutto è bene quel che finisce bene.
Poi arriva questo film nuovo di Tarantino. Nazisti a decine. C’è pure Hitler. C’è il vice di Hilter che fa il fesso con la protagonista. E viene da chiedersi: perché? Non “perché il film”, per carità, ma: perché ancora i nazisti?

Essendo un film di Tarantino, c’è la solita donna che ne subisce di tutti i colori e poi si attrezza per fargliela pagare – ma, poiché è una donna, sarà tradita dalla pietà, etc.. I maschi invece vanno fino in fondo, se ne fregano, sono sadici oltre che violenti. Fin qui, il canovaccio, la narrativa a briglia sciolta (ma ormai addomesticata dalla ripetizione e dal successo) di Tarantino. La fantasia giocosa del bamboccione con le ginocchia sbucciate.

Anche stavolta Tarantino doveva inventarsi qualcosa di esteticamente forte. Per dare una trama al canovaccio, per colorare i personaggi con una missione, per dare uno sfondo all’azione. Ha tirato fuori i nazisti. Anche per dire a tutti noi: io sono Tarantino e faccio quel che mi pare. Compreso tirare fuori la più abusata delle figure negative. E, dice Tarantino, lo so, vi siete rotti il cazzo dei nazisti. Ma io sono, ehm, Quentin Tarantino. E voi mi adorate. Quindi beccatevi pure quest’armata Brancaleone di ebrei guidati da uno svitato del Tennessee che vanno a dare fastidio ai Cattivi.

Scontato, fin troppo, sul piano scenografico. E proprio per questo ancora più forte sul piano estetico, nel senso che forse ha ragione Denby sul New Yorker (essì, oggi numero ricco) a dire che questo è il film dove Tarantino celebra sé stesso anche abusando della pazienza del pubblico – in particolare degli spettatori che magari hanno evitato con cura la dozzina di film coi nazisti usciti negli ultimi sei mesi.

Risultato: un aggiornamento del Nuovo Cinema Paradiso di Tornatore (anche lì le pellicole e i cinema prendono fuoco facilmente), citazioni dal cinema tedesco (perché, nota Denby, Tarantino pensa che i nazisti erano cattivi, ma i loro film no) con le inquadrature, le macchiette, le pause e le facce ritagliate dai fratelli Marx (questo non l’ha scritto Denby e forse è la prima volta che qualcuno lo scrive. Sono i momenti più belli del film).

L’aggettivo neutro e benevolo per il film di Tarantino è: “unico”. Come certi pasticci. Ma è anche gradevole. Al punto da scacciare per una volta il solito dubbio, forte e sordo come una vertigine, che le fantasie di vendetta contro i cattivi, soprattutto quelle inverosimili, possano fare male all’anima.

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