Tonino e la strategia del terrone

Ma guarda che idea rivoluzionaria: smettere di pagare il canone Rai. Esiste addirittura una “iniziativa” che invita i cittadini a disdire e optare per l’altra parrocchia: SKY. Ora, qui siamo un po’ scarsi in economia e non riusciamo a capire come questo boicottaggio possa mai aiutare il mondo a diventare migliore, figuriamoci la Rai a migliorare i programmi.

Non lo spiega neanche il sito internet di Antonio Di Pietro nel comunicato che annuncia l’adesione del suddetto alla suddetta “iniziativa”. Quindi ci tocca passare la notte con gli occhi spalancati a domandare al soffitto: perché?

E ci tocca lasciare tra virgolette la parola “iniziativa” perché questa parola, in questo caso, c’entra come un cavolo a merenda. Quando si fa un’iniziativa, infatti, si decide di fare qualcosa. Qui invece si invita la gente a smettere. Smettere di pagare il canone. Come se non fossero già milioni quelli che non lo pagano (e già ci si potrebbe interrogare: con quali effetti?).

Tra i molti che attualmente non pagano ci sono quelli che proprio non possono, e passi. Ma ce ne sono anche tanti che potrebbero, però si sentono furbi, anzi intelligenti (spesso la differenza tra furbizia e intelligenza gli sfugge). Sono quelli che pensano di migliorare la Rai strozzandola economicamente. Applicando la stessa logica alla vita privata, picchiano la moglie per renderla più virtuosa. A volte ci riescono. Dicono. Se la parola “terroni” ha mai avuto un senso, dev’essere per indicare questi soggetti qui. Ovvero quelli che si mettono pure a spiegarti che il canone non va pagato, e tantomeno le tasse, perché “tanto non cambia niente, il gioco è truccato, il sistema vince sempre, la Rai è un magna-magna, e guarda che cacchio di giornalisti che abbiamo”. (Generalmente questi soggetti dividono la serata tra Striscia e Bruno Vespa). Ora, la suddetta “iniziativa” propone ai cittadini onesti di aggiungersi alla folla dei furbi, e lasciare che a pagare il canone siano sempre meno persone.

Disdire il canone per vedere l’effetto che fa. Poniamo il caso che milioni di italiani decidano di “aderire”: chi se li fila? I dirigenti nominati da Berlusconi? Gli inserzionisti pubblicitari? Gli intrepidi e autorevolissimi presidenti di commissione indicati dall’opposizione? Più facile che la Rai, senza l’appoggio dei cittadini, diventi ancora di più ostaggio dei pochi inserzionisti che le sono rimasti. Che a farla da padrone, oltre a chi già comanda, siano gli indici di ascolto, più che l’imperativo sbiadito del servizio pubblico. E mentre la qualità scende, la concorrenza prospera (SKY compresa).

I libri di storia stanno lì a raccontare e a spiegare che la cittadinanza è di chi paga le tasse. Solo pagando le tasse le classi subalterne sono diventate “uguali”. Solo pagando le tasse le classi emergenti hanno imparato a porre le loro condizioni ed esercitare una pressione credibile e crescente su chi comanda. Lo sa addirittura Beppe Grillo, che ha imparato a comprare le azioni delle aziende per andare a dirgliene quattro. Peccato che questa logica non l’applichi invece quando si parla della Rai e che i cittadini-abbonati non siano mai riusciti a sentirsi padroni dello spazio pubblico dell’informazione, dello svago e della cultura.

Per quanto sia un esercizio abusato ultimamente, lo sguardo sul resto d’Europa può aiutare a capire di cosa si parla. In Francia la destra propone di togliere gli spot dai canali pubblici. La BBC resta un modello per tutto il pianeta senza neanche l’ombra di un’inserzione. La radiotelevisione svizzera produce in quattro lingue un livello di qualità che la Rai neanche sfiora con una lingua soltanto. In ciascuno di questi casi il servizio pubblico è sotto la lente di tutta la stampa privata, riceve critiche dagli abbonati e risponde prontamente.

In Italia questa logica non ha mai preso piede. E la colpa non è della Rai, ma di tutto ciò che le gira intorno, a cominciare dagli abbonati, rassegnati a bersi di tutto. Come succede in molti spazi pubblici in Italia, anche in Rai comanda chi picchia più forte. E gli altri stanno a guardare. Piuttosto che pretendere quanto promesso in cambio del canone, l’italiano preferisce abbozzare e fare un passo indietro, sperando che nessuno noti quanto è vigliacco. Promuovendo l’astensione dal canone si finisce per allargare la platea dei fantasmi che fanno audience ma non hanno titolo nella decisione dei programmi. Si trasformano i potenziali cittadini di uno spazio pubblico dell’informazione in semplice carne da share. Fossi Berlusconi ci metterei la firma.  

E c’è pure un’altra questione, ma solo per chi la capisce. C’è chi paragona la Rai a una montagna di spazzatura. Per quanto possa farci schifo (ma non ci fa schifo perché di programmi da guardare e da ascoltare ce ne sono ancora), la Rai è un’azienda che è costata soldi e fatiche di generazioni. Abbandonarla a sé stessa e consentire che il degrado continui a devastarla è da cretini.  [gp]

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