Il bipolarismo è finito. Rutelli, invece, sta benissimo

Mica ce l’avevano detto che il bipolarismo sarebbe durato così poco. Ne ha annunciato la fine Francesco Rutelli. Proprio lui che, neanche vent’anni fa, ne fu lo sponsor più convinto. Il bipolarismo è finito, dice Rutelli. Non “fallito”, non “inadatto per l’Italia” e neanche “ci siamo sbagliati, ma tanto”. Oppure ancora: “ci scusiamo soprattutto con quei quattro fessi che ci avevano avvisato, che l’avevano detto vent’anni fa, e noi per tutta risposta li avevamo insultati in ogni modo”. No, niente. Niente scuse, niente critica, figuriamoci autocritica, niente responsabilità. Del resto, siamo italiani.

Rutelli, inoltre, si sbaglia. “Finito” si applica alle cose che ci sono state, mentre il bipolarismo in Italia non c’è mai stato. In Italia i governi degli ultimi anni sono caduti per volere di partiti minori, come quello di Lamberto Dini; territoriali, come quello di Mastella; al massimo comprimari, come forse fu la Lega nel primo governo di Berlusconi. Più che finito, il bipolarismo non c’è stato. Non funziona. Qualcuno l’aveva detto: non può funzionare.

Rutelli dice che invece è “finito”. Come finiscono i film. Ci si alza e si dice “E adesso? Pizzeria?”. No, Rutelli, non funziona così. Non si fa così. Te lo lasciano fare perché sei fortunato, perché vivi in un paese dove ai politici si perdona più che ai bambini e ai matti. Ma qui in Europa quando un politico dichiara di aver fatto un errore, specie quando dichiara di aver fatto un errore grosso, va dritto ad aggiornare il curriculum per cercarsi un lavoro vero.

Per quindici anni Rutelli e compagni hanno puntato tutto sul bipolarismo ma non sono riusciti a realizzarlo. Hanno fallito, questa è la parola. Hanno preso un abbaglio. Hanno sprecato tempo. Tempo nostro. Ora servirebbe un ripensamento, un tot di autocritica, almeno una vacanza. E invece niente. Dichiarano che il bipolarismo, quello che l’ottantun per cento degli italiani dissero di volere nel 1993, è “finito”. E adesso? Pizzeria?

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