La forza di Kamara

Te la trovi davanti bella, elegante, truccata, sorridente. C’è solo un piccolo dettaglio : le mancano le mani. E lei non lo nasconde. Non porta protesi. Le braccia terminano con due moncherini. Non sai come fare. Non puoi stringerle la mano che non ha. Non hai abbastanza confidenza per darle una pacca sulla spalla. Ma l’imbarazzo dura solo un istante. Il suo sorriso e la sua disinvoltura ti cavano d’impaccio. “Non mi considero una handicappata”, premette, “non mi vedo proprio come tale. Posso prendermi cura di me stessa, mi sento forte e indipendente. Nella mia vita non mi nego nulla”.

Il coraggio non manca a Mariatu Kamara. Ha 22 anni. E’ nata e cresciuta in Sierra Leone. Le mani gliele hanno mozzate quando aveva 12 anni, durante una delle guerre civili più sanguinose dell’Africa, quella scoppiata nel 1991 che vide protagonisti i bambini soldati. Fu proprio una banda di questi ragazzini armati, spietati e drogati che mozzò le mani di Mariatu. “Così non potrai più votare”, le dissero. Vincendo il dolore e l’orrore Mariatu riuscì a raggiungere un ospedale. Lì scoprirono che aspettava un bambino, frutto di una violenza sessuale.

Sembra l’inizio di un incubo. Invece Mariatu trova sostegno e conforto. Si ricongiunge con la famiglia e poi viene portata in Canada da un’organizzazione umanitaria. Ora Mariatu vive a Toronto, dove studia per diventare assistente sociale. La sua storia è raccontata nel libro Quali mani asciugheranno le mie lacrime? (Sperling&Kupfer), scritto insieme alla giornalista canadese Susan McClelland.

-Mariatu, è stata dura scrivere questo libro?

Sì, è stata dura e ci è voluto del tempo perché c’erano cose terribili da ricordare. A volte mi sono sentita sopraffatta dalle emozioni. Ripensare agli episodi della mia vita è stata una sfida quotidiana. Ma lo volevo fare. Voglio aiutare chi lo leggerà ad aprire gli occhi e a conoscere i fatti, anche terribili, che sono avvenuti nel mio paese”.

-Come spieghi tanta violenza, soprattutto in Africa?

Non lo so. In Sierra Leone ci si ammazzava per i diamanti. Altrove per altre ragioni. Ma ogni guerra è orribile, soprattutto per le donne e i bambini. L’orrore è infinito. Ala fine bisogna ricostruire tutto perché i danni non sono soltanto materiali, ma anche morali”.

-Pensi di poter perdonare chi ti ha lasciata senza mani?

E’ molto difficile. Perdonare è complicato, ma vorrei farlo perché sono certa che mi potrà aiutare. E’ un processo complicato, non è che ti svegli al mattino e dici: li perdono. Ci vuole tempo”.

-Chi ti ha aiutata maggiormente in questi anni?

Prima di tutto la mia famiglia, che mi è è molto cara. Poi anche la comunità in Sierra Leone. Siamo poveri, ma ci prendiamo cura delle persone. E’ quello che fa andare avanti il mondo: la famiglia, il prendersi cura, l’amore, Dio”.

-Oggi lavori anche per l’Unicef e hai fondato Fondazione no profit a sostegno delle donne e dei bambini della Sierra Leone, hai un messaggio per i giovani?

Ogni volta dico loro di non essere violenti, anche a scuola. Non fate i bulli, la violenza è sempre sbagliata e fa male alla vostra vita e al vostro futuro. Studiate, fate volontariato, praticate sport. E se vi accade qualcosa di brutto siate forti, non arrendetevi, trovate dentro di voi la forza per continuare a vivere, senza perdere la speranza”.

ROBERTO ZICHITTELLA

(da Famiglia Cristiana)

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