City Boy. Edmund White si racconta di nuovo

Si annuncia carico di aneddoti succulenti il nuovo libro di Edmund White, City Boy, di cui l’Observer ha anticipato alcuni paragrafi due domeniche fa. Lo scrittore racconta la vita di New York degli anni e dei luoghi che lui stesso ha attraversato. I circoli di intellettuali, i teatri, i concerti, le mostre e la sgangherata giostra di gossip che circondava ogni evento, la stessa che Lou Reed dipinse gioiosamente in una delle canzoni del meraviglioso Transformer (1972):

Sarebbe sbagliato definire il libro un’autobiografia. Uno, perché White la sua l’ha già scritta tempo fa. Due, perché questo libro racconta soprattutto New York e i suoi abitanti. La New York vissuta da lui tra il 1962 e la fine degli anni Settanta, dipinta a partire da eventi piccoli e grandi, descrizioni di luoghi, di incontri più o meno importanti, tra i quali i numerosi incontri sessuali dei quali White detesta fare mistero.
White detesta i lacci del pudore, si straccia di dosso gli usi e i costumi della vita organizzata e racconta fino in fondo, sputando fuori ogni minuscola cattiveria. Nel racconto divertito di ogni pettegolezzo possibile White rivela una scrittura elegante, superba. Lo si legge volentieri, forse perché questa sua libertà screanzata fa tanta, tanta invidia. Forse perché di una simile libertà è fatta, in fondo, la letteratura.
Ciò detto, che si tratti di una scrittura soltanto ruffiana o di ottima letteratura importa poco. Soprattutto se si ha l’occasione di leggere i racconti sulle frequentazioni importanti, come Michel Foucault o Susan Sontag, e delle loro debolezze. Foucault che, misogino, rimprovera a White di essersi presentato a pranzo con Sontag; Sontag che si circonda solo di persone nuove perché, spiega White, il suo repertorio di conversazione si esaurisce in poche ore ed è prevedibile dalla prima all’ultima parola.
Ce n’è per tutti mentre le giornate di New York scorrono rapide, così come le notti. Gli anni Ottanta si avvicinano e White avverte l’urgenza di andarsene. Il suo mondo, quella New York cattiva ma vitale, è già stato afferrato alla gola dall’aids.

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