Consumisti sono sempre gli altri

La Rai ha trasmesso da poco una intervista al sociologo ed economista francese Serge Latouche, che ha utilizzato i suoi minuti per dire che l’era digitale è il Male perché il computer mette in pericolo i libri. Per dare forza al suo pensiero ha citato il romanzo di Ray Bradbury, Fahrenheit 451: come a suggerire che al posto delle fiamme che bruciavano i libri nel racconto di Bradbury ci siano oggi i flussi di informazioni che viaggiano in Rete. L’analogia però non regge. Più che distruggere i libri, l’era digitale li sta traghettando in formati e modalità nuove. Latouche non ha le idee chiare, oppure si spiega male.

Non si capisce quali dati volesse richiamare a sostegno della sua tesi. Infatti quando parlava della “fine dei libri” determinata dai computer lo diceva come se fosse chiaro, sotto gli occhi di tutti. E invece no. Non si capisce in che modo, nella sua lettura dei fatti, la disponibilità di un libro elettronico dovrebbe allontanare la gente dai libri invece che favorire la circolazione delle idee. Il tono del messaggio era totalmente catastrofico ma perfetto per riempire cinque minuti di televisione e mettere d’accordo la sterminata platea tecnofobica della TV. Una giornalista in studio ha sottolineato il concetto mostrando le immagini di alcuni lettori digitali, dimenticando che se esiste una classifica dei media ammazza-libri, la televisione è sicuramente al primo posto.
Latouche ha un bel nome, firma articoli e libri qua e là. Predica un processo di conversione dell’economia noto come “decrescita”. Se la prende col capitalismo (che per lui è un “totalitarismo soft”), ce l’ha con l’economia di mercato, cita Debord, Baudrillard, Arendt, e sostiene che solo l’affermazione della decrescita (qualunque cosa sia la decrescita) potrà salvare i libri dal loro destino precario. Discorsi che trovano terreno fertile soprattutto in Italia, dove i profeti di sventura e gli anatemi contro il consumismo (degli altri) hanno sempre un pubblico pronto all’applauso e dove alle conferenze importa più il nome da stampare sugli inviti che le idee da presentare. Da noi Latouche ormai tiene conferenze usando la nostra lingua.
Latouche è un mito tutto italiano. Senza alcuna pretesa scientifica, su Wikipedia Atlantis ha misurato la lunghezza in caratteri della voce “Serge Latouche” in italiano e l’ha messa a confronto con quella francese, inglese e spagnola:

italiano: 6370
francese: 3770
inglese: 1560
spagnolo: 1025

Ok, nessuna pretesa scientifica. Ma, per quanto ci voglia molto altro per misurare l’autorevolezza e il prestigio internazionale di un intellettuale, è certo che c’è più scienza in questo indicatore che in certe prediche moraliste sui consumi altrui.

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