Le cattedre viola

Sarebbe ora che gli insegnanti smettessero di lamentarsi della “censura” e cominciassero a leggere i giornali. Alla manifestazione di Roma contro il governo si è sentita una insegnante lamentare la congiura del silenzio dei media sulla situazione delle scuole italiane, e sugli insegnanti che a migliaia non metteranno più piede in classe a partire dal prossimo anno (si parla di 90 mila insegnanti, ma c’è chi dice di più). Ora, questa cosa è stata scritta ripetutamente. Eppure l’insegnante salita sul palco oggi, venuta da Palermo, proclamava, tra gli applausi, che di questa cosa non parla nessuno.
Ieri, venerdì 12 marzo, nel giorno in cui tutti i telegiornali hanno riferito delle manifestazioni dei sindacati a favore degli insegnanti, il Venerdì di Repubblica aveva in copertina una foto del ministro Maria Stella Gelmini. Titolo “Alla ricerca del liceo perduto”. Nelle pagine interne, un’inchiesta sulle riforme in corso e il resoconto dei problemi aperti (inclusi i problemi degli insegnanti).
La faccenda è complessa, parlarne è difficile. Eppure se ne parla. I bravi insegnanti che vanno a prendere gli applausi in piazza possono fare molte critiche ai giornali e ai giornalisti. Lamentarsi di come vengono raccontate le cose, fare le pulci alle cronache, correggere i numeri. Ma chi dice che non se ne parla affatto dice una bugia. Questa bugia è purtroppo diffusa e getta grandi e indefiniti sospetti su chi fa informazione, oltre che su chi dovrebbe farla ma si occupa d’altro. Dovrebbero smetterla, quanto meno per smettere di essere ridicoli.
Su Facebook qualche insegnante ha addirittura fatto circolare una scritta del tipo “Di questa cosa i giornali non parlano” fornendo, a scopo di approfondimento … il link a un articolo del quotidiano La Stampa, che raccontava per filo e per segno la storia delle migliaia di esuberi.
Ma dovrebbero smetterla per un altro motivo: almeno gli insegnanti dovrebbero sforzarsi di intrattenere un rapporto sereno con la realtà, almeno quando tentano di dare lezioni di realtà alle altre categorie.
A proposito di realtà, ce n’è una che i giornali davvero non riportano mai. Ed è la realtà dei giornalisti precari, a termine, sfruttati, licenziati. Chissà quale editore vorrebbe vedere pubblicato un articolo sui dipendenti che ha lasciato a casa. E allora, magari se ne potrebbe parlare sul palco di Piazza del Popolo. E invece no, perché la categoria dei giornalisti non è popolare quanto quella degli insegnanti, neanche quando se la passa male. I giornalisti risultano parte integrante della “casta” (tutti i giornalisti hanno l’auto blu, giurava un fan di Beppe Grillo una volta), va di moda dire che l’informazione è marcia nel midollo, e che in Italia di giornalisti se ne salvano uno, due al massimo.
Ma va bene. Dopotutto, in un momento di rabbia e di frustrazione ci può anche stare una bella guerra tra poveri, o una caccia all’untore fatta come si deve. La categoria dei giornalisti è perfetta per tutte e due, così come l’attacco degli insegnanti precari dal palco di Piazza del Popolo.

6 commenti su “Le cattedre viola

  1. lodger ha detto:

    Ricopio il commento di Sergio Ferraris, da Facebook: “Ormai va di moda dire che “i media non ne parlano” quando poi abbiamo il più basso tasso di vendita dei quotidiani d’Europa. Il problema è che gli italiani non si informano, ossia gli pesa mettere mano al portafoglio e comprare i giornali, abbonarsi a siti on line ecc ecc. Però poi quando fa comodo la stampa diventa una questione di democrazia, magari per un giorno. A proposito dei giornalisti queste anime belle lo sanno che il 50% di ciò che (non) leggono è fatto da freelance precari a partita Iva? Un poco di dati. Il Sole 24 ore paga 90 centesimi a riga (era un euro prima della crisi), Il Tempo di Roma 7 euro per 20 righe e l’Ansa paga 8 euro per un take d’agenzia. Ovviamente lordi. Di quale qualità dell’informazione stiamo parlando?”

  2. Sara ha detto:

    Sono un’insegnante precaria ed esprimo tutta la mia solidarietà ai giornalisti altrettanto precari, sfruttati e licenziati quanto i lavoratori della scuola. Trovo allo stesso tempo veramente triste e controproducente questo ennesimo tentativo di scatenare una guerra fra poveri. Ogni categoria di lavoratori deve fare in modo di portare alla ribalta la propria situazione e non attaccare le altre gareggiando a chi sta peggio. Uniamoci contro le ingiustizie contro chiunque siano commesse, prendiamocela con i veri responsabili che occupano le posizioni di potere e non con le vittime.

  3. lodger ha detto:

    Sara, ha ragione: uniamoci e non facciamo il gioco di chi divide e avvelena i pozzi. Se crede, ripartiamo da quella che è la specialità comune di scuola e informazione, ovvero distinguere i dati di fatto dalle chiacchiere e dalla propaganda.

  4. Sara Galantucci ha detto:

    Sottoscrivo in pieno: occuparsi di diffondere la verità in maniera più onesta possibile è un compito che la scuola condivide con l’informazione. La conoscenza della realtà sviluppa quelle capacità critiche che possono renderci liberi dalle nebbia di menzogne in cui alcuni poteri forti vorrebbero farci vivere per regnare indisturbati.

  5. Simone ha detto:

    Ma pwrché tutti vedono tutto come un attacco personale? Sappiamo che il maggiore media (e anche quello che molta gente vede) è la televisione. Quindi quando la precaria dice così non si riferisce a tutti (non un attacco personale!!!) a al maggiore media. Il problema è la visibilità: la televisione la ha assorbita quasi tutta.

  6. lodger ha detto:

    Simone, quando si dice “silenzio colpevole” dei media si dice una cosa precisa. Poi si può ammettere di aver sbagliato, o di avere esagerato. E a quel punto se ne può parlare e si può addirittura chiedere scusa, che sarebbe un bel passo verso quel discorso di unità. Che ne pensi?

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