Cota, il padano tranquillo

Pubblichiamo intregralmente il ritratto di Roberto Cota, nuovo presidente della Regione Piemonte, apparso su  Il Riformista del 2 aprile 2010.

Da Novara s’avanza uno strano leghista. Mezzo terrone e di gentile aspetto. Non rozzo e discretamente educato. Che sa stare a tavola e capace di attaccare l’immigrazione clandestina senza evocare calci in culo, profanazioni suine, affondamenti di barconi e disinfestazioni di treni. Senza camicia verde, ma con indosso la lucida corazza del defensor fidei cattolico, tanto da strappare applausi in Vaticano.

Roberto Cota, il nuovo governatore del Piemonte, è il leghista che non ti aspetti. Pronto a spiazzarti mandando all’aria vecchi schemi e pregiudizi. Chissà ieri come sono rimasti di stucco tanti sedicenti cattoliconi della politica italiana quando monsignor Rino Fisichella, presidente della Pontifica accademia per la vita, ha applaudito compiaciuto l’auspicio , espresso da Cota, che le pillole abortive Ru486 restino nei magazzini delle cliniche piemontesi. Per il monsignore, Cota è “capace di atti concreti, che parlano da sé”. Altro che ampolle nelle acque del Po. Questo è un battesimo con i fiocchi.

Ma c’è chi si spinge anche oltre nel celebrare la vittoria di Cota. Massimo Introvigne, sociologo torinese, cattolico di destra, vice responsabile nazionale di Alleanza Cattolica, esulta così: “Una bella avventura, una straordinaria battaglia, un esito miracoloso conquistato con l’intelligenza, il cuore e anche con chilometri di Rosari”. Sì, avete letto bene. Chilometri di Rosari. Quelli sgranati nella penombra delle Chiese o magari anche in casa, davanti a un crocifisso o a un’immagine della Madonna. Rosari per vincere le elezioni. Roba che non si sentiva dai tempi di De Gasperi o forse da quando Fanfani andava su e giù per l’Italia per convincere gli italiani a votare contro il divorzio.

Ma non si ferma qui Introvigne. “Siamo orgogliosi”, aggiunge, “di aver scelto Roberto Cota ed edificati dalla sua testimonianza per la vita e per la famiglia, di cui non ha smesso di parlare in tutta la campagna. Il risultato, sommato al miracolo del Lazio, è stato un nuovo Family Day, che ha avuto e avrà conseguenze permanenti”. Nientedimeno. Dietro la vittoria di Roberto Cota c’è anche tutto questo lavorio di un certo mondo cattolico che si è mobilitato a suo favore. Anche parte del mondo salesiano, sempre molto influente in Piemonte, ha dato più sostegno al candidato leghista piuttosto che a candidati salesiani Doc, però colpevoli di schierarsi con l’Udc e quindi alleati di Mercedes Bresso, considerata troppo laica ai loro occhi, una vera Satana in gonnella.

D’altra parte la realtà cattolica più progressista si è schierata con la Bresso ma senza gridarlo dai tetti, anzi tappandosi un po’ il naso e tenendo un profilo basso. “Ricordiamoci che la Bresso è quella che ha dato dell’ayatollah al cardinale Poletto. Il voto che le ho dato non era tanto per lei quanto contro la Lega”, confida un cattolico progressista torinese.

L’alleanza fra Cota e i teo-con è stata sancita il 24 febbraio, a Torino, davanti a quattro garanti: Massimo Introvigne, Marisa Orecchia (presidente di Federvita Piemonte), Mauro Ronco (docente di diritto penale, già componente del Csm) e Paola Tripoli (fondatrice del Servizio emergenza anziani). Quel giorno Roberto Cota ha firmato un “Patto per la vita e la famiglia”. E’ un documento in sei punti nei quali il candidato ha preso impegni a favore della vita, contro l’aborto, contro le unioni omosessuali e contro l’eutanasia. Nel testo c’è anche un punto sull’ immigrazione: ”Farò il possibile per convincere anche chi insegue l’utopia di una società aperta all’immigrazione senza regole e senza limiti, che si tutela davvero la vita e la famiglia degli immigrati onesti, venuti da noi per lavorare, e si pratica la virtù cristiana dell’accoglienza, solo tenendo conto che il numero d’immigrati che il Piemonte può accogliere non è infinito, e che le regole e la lotta contro l’immigrazione clandestina vanno a vantaggio anche degli immigrati regolari, oltre che della sicurezza di tutti”.

Chi conosce bene Cota resta un po’ sorpreso dall’enfasi che viene messa sul suo ruolo di custode dei valori cattolici. Cattolico convinto lo è senz’altro,ma non si ricordano militanze passate su questi temi. Cota non ha neppure studiato dai preti. Nato a Novara il 13 luglio del 1968, ha frequentato il liceo classico statale Carlo Alberto, in Baluardo La Marmora. Vero è, invece, che viene da una famiglia democristiana. Questo sembra essere un dato comune a molti leghisti del novarese. Anche l’attuale sindaco di Novara, Massimo Giordano, è nipote di Alessandro Giordano, moroteo, parlamentare Dc per tre legislature. Tuttavia Cota non ha mia legato con il leader Dc della sua città, Oscar Luigi Scalfaro. In una intervista con Maurizio Belpietro Cota si è vantato: “Sono stato un grande nemico di Scalfaro. Quando avevo 25 anni gli ho fatto togliere la scorta sotto la sua casa di Novara, perché non c’era mai. Scalfaro non mi sopporta proprio”.

Michele Cota, il padre di Roberto, è originario di San Severo, in Puglia. Dopo la laurea a Napoli, Michele salì a Novara per svolgere il servizio militare e lì e rimasto a esercitare la professione di avvocato. Pare che l’origine meridionale Roberto Cota se la sia giocata nei comizi prima del voto. “Sono uno di voi, sono di San Severo, e chiedo il vostro aiuto”, lo hanno sentito dire. La madre, invece, è piemontese da dieci generazioni. Dopo il liceo Roberto Cota si è laureato in legge ed è diventato avvocato. All’università ha conosciuto Rosanna, la donna che ha sposato. Faceva l’assistente universitaria, ora è magistrato a Milano. Sono stati fidanzati nove anni. Nel 2008 è nata una figlia, Elisabetta.

Cota si è iscritto al Carroccio nel 1990, folgorato da una intervista di Umberto Bossi a Panorama. Da allora fino ad oggi è rimasto un bossiano di ferro, fedelissimo del capo. Nella Lega Cota ha fatto tutta la trafila. Segretario cittadino, provinciale, consigliere comunale, assessore alla cultura, candidato a sindaco (trombato), segretario regionale, presidente del consiglio regionale.

I giornali nazionali cominciano a interessarsi di lui nel 2000 quando viene già indicato fra gli emergenti della Lega,quelli che Bossi considera in quegli anni “le sentinelle della devolution”. Nello stesso periodo Cota esercita il ruolo di avvocato militante difendendo due leghisti che avevano bruciato il tricolore in segno di protesta contro un provvedimento prefettizio ritenuto errato. Riesce a farli prosciogliere. Nel secondo governo Berlusconi Cota diventa sottosegretario alle attività produttive e nel 2006 viene nominato Alto commissario per la lotta alla contraffazione. Dopo le elezioni del 2008 è stato nominato capogruppo della Lega alla Camera dei deputati.

In un decennio di grande visibilità pubblica non si ricordano esibizionismi fuori luogo o parole spropositate. Quando nel 2004 una insegnante fa togliere il crocifisso da un’aula scolastica a Ivrea commenta. “Quando il rispetto è a senso unico diventa discriminazione”. Nel 2005 protesta contro la Costituzione europea dicendo: “Si passerebbe da un centralismo all’altro, dobbiamo puntare i piedi per essere padroni a casa nostra”. Nel 2006 interviene nella polemica sulla fiction “Butta la luna”, che sposa la causa dell’integrazione razziale (fra gli interpreti c’è Fiona May), con queste parole: “Nessun buonismo da telefilm. La realtà è che la gente sente l’immigrazione come qualcosa che va regolamentato strettamente”. Parole sobrie, da moderato, ben lontane dal linguaggio di molti suoi compagni di partito. E se avesse ragione quel militante radicale che sul blog di Marco Cappato lo ha definito “più romano di un vecchio democristiano”?

ROBERTO ZICHITTELLA

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