Boicottaggi annaffiati di antisemitismo

Su Internazionale Amira Haas scrive che
è meglio essere accusati di antisemitismo che mangiare ortaggi annaffiati di razzismo
Si chiama “straw man fallacy”, è un modo di ragionare che individua un accusatore fittizio e gli fa un discorsetto. Siccome non esiste un accusatore, non esiste neanche l’accusa. Tutto il resto è fuffa. Ma si chiama anche “excusatio non petita”, e anche questa si sa come funziona: ci si auto-assolve da un’accusa inesistente per sentirsi liberi di fare quello che si vuole. Siccome non individua alcun accusatore, Amira Haas ci costringe a basare il discorso sul nulla. Ragioniamo quindi per astratto. Esistono due tipi di accuse di antisemitismo: quelle fondate e quelle infondate. Di quelle infondate non bisogna preoccuparsi. Di quelle fondate, invece, sì. In altri termini, se io venissi accusato di antisemitismo e venisse fuori che l’accusa è fondata, mi dispiacerebbe molto. Ma tanto. E cercherei di conciliare le mie esigenze morali con l’esigenza (morale, che avverto come mia, dal momento che non voglio essere antisemita) di non essere antisemita. Se invece decidessi di ignorare ogni distinzione, sarei un antisemita. E se fossi un antisemita forse non avrei problemi a dirlo e non farei tanti distinguo. Amira Haas, a rigor di logica, se ne frega dell’accusa e va per la sua strada.
Nel merito dei boicottaggi, poi, la giornalista israeliana è abbastanza intelligente da capire che possono esserci diversi boicottaggi (nessuno li ha contati mai, ma saranno centinaia). Le campagne di boicottaggio dei prodotti delle colonie a volte prendono di mira prodotti che non c’entrano nulla con le colonie, o addirittura non c’entrano nulla con Israele. In Italia è girata per tanto tempo una lista di prodotti esteri da boicottare che comprendeva marchi e produttori che avevano il “torto” di essere ebrei. Anche in quel caso i promotori andavano fieri dell’accusa di antisemitismo. Ma era un’accusa fondata. E loro insistevano. Non volevano distinguere.
Il discorso di Amira Haas esclude che possa sorgere un problema simile. Suggerisce, anzi, che tutte le obiezioni sono maliziosi tentativi di ostacolare una campagna giusta e accurata. Purtroppo in queste cose regna il caos. Amira Haas sostiene il contrario: poiché i boicottaggi sono giusti, sono gli accusatori a non distinguere. Un’idea che finisce per allargare la zona grigia dove saltano le distinzioni tra il bene e il male, tra ciò che è opportuno e ciò che invece danneggia il diritto dei più deboli.
Dopo la strage delle navi nei social media si è scatenata un’orgia di antisemitismo qualunquista. Gente che non ha mai fatto niente a favore di nessuno scriveva cose terribili: che sarebbe ora di riaprire i lager, che gli ebrei come al solito stanno esagerando, che comunque nessuno sarebbe stato punito perché, si sa, “quelli” controllano il mondo. Come al solito, l’emozione di un evento spiacevole rompe i tabù e, come un lampo nel buio, consente di vedere come stanno davvero le cose. Per riemergere e conquistare una rispettabilità improbabile, l’antisemitismo di oggi si attacca a una causa nobile, quella palestinese. La dirotta a suo uso e consumo. Ma siamo sicuri che l’antisemitismo possa fare bene alla causa palestinese? Siamo sicuri che si possa ridurre l’antisemitismo a un falso problema? E chi lotta a favore dei palestinesi può davvero ignorare gli allarmi di infiltrazioni da parte di fiancheggiatori equivoci?
Questa voce è stata pubblicata in Press.

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