Tutto un copia-copia

Il settimanale Internazionale questa settimana offre cose molto valide ma suggerisce anche una riflessione sulle storie, e la loro curiosa tendenza a fare il giro del mondo.

L’argomento di copertina sono i giacimenti di litio della Bolivia, raccontati da un articolo del settimanale tedesco Die Zeit; nel suo editoriale, inoltre, il direttore di Internazionale parla di una iniziativa del Washington Post, quella di chiedere a qualche redattore di staccarsi per una settimana da computer e telefonini, e raccontare com’è andata. Il fatto è che l’argomento del litio, della Bolivia e degli scenari economici di questa risorsa l’aveva affrontato il New Yorker qualche settimana prima, e molto bene. La prova di restare senza internet e cellulare per una settimana, invece, l’aveva già fatta Tanya Gold sul Guardian.
Stiamo parlando di Internazionale, un settimanale che si sforza di offrire il meglio della stampa di tutto il mondo, quindi ci sono mille motivi che possono dettare la preferenza del pezzo della Zeit rispetto a un pezzo di argomento identico apparso poco tempo prima sul New Yorker. Qui non si tratta, insomma, di criticare la scelta della redazione di Internazionale. Ciò che risulta più interessante, qui, sono le scelte degli altri giornali, quelli esteri, che sono le fonti di Internazionale. Fonti che trattano la stessa storia a distanza di poco tempo.

Tralasciando l’0vvietà che anche i migliori giornali si ispirano ad altri giornali, viene voglia di guardare oltre, magari partendo da un interrogativo che riguarda la vita delle storie, la loro curiosa tendenza a emergere in diversi posti e nello stesso periodo di tempo, e con formule narrative quasi identiche. Stiamo parlando, insomma, del fenomeno della moda. Ovvero, il meccanismo che rende più appetibili le storie in certi periodi, meno in altri. Il meccanismo per cui una storia conquista due redazioni a distanza di tanti chilometri e poche settimane. Qual è la formula? Chi la decide? Che ruolo hanno i lettori? Se fosse nota, i giornalisti vivrebbero meglio? Smetterebbero di dannarsi per storie che nessuno vuole? Potrebbero metterle nel congelatore e aspettare che diventino “di moda”? E se la formula fosse nota ai lettori, si romperebbe qualcosa nel loro rapporto coi giornali?

Questa voce è stata pubblicata in Press.

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