The Age of Churnalism

Se c’è una cosa a buon mercato al giorno d’oggi, è attaccare i giornalisti in polemica contro lo stato dell’informazione nel nostro Paese. Dimenticando che tra i giornalisti ci sono anche alcune vittime di uno sfascio che ha cause, come si suol dire, complesse.
Di solito nelle conversazioni accade quanto segue: parte l’attacco, generico e rabbioso, ai giornalisti “servi”, “portatori di veline”, “senza coraggio”. L’interlocutore chiede spiegazioni, prove, esempi. Il polemizzante quindi rivede l’atto di accusa: da colpevoli, i giornalisti diventano “complici” di un andazzo strano. Quanto agli esempi, si tratta dei soliti, quei quattro papaveri che viaggiano in auto blu. E gli altri? Boh. Chi li conosce.

Si dimentica puntualmente che questo è un Paese che non legge, che ascolta distrattamente, che difficilmente distingue tra generi e livelli di qualità, che preferisce le favole alle notizie. Al punto che per dare sapore alle notizie ci si è ridotti a trasformarle in vicende personali, narrate in prima persona, e sempre più spesso i giornalisti si fanno deportare, corteggiare, portare a letto, pur di servire un pezzetto di realtà, sempre più parziale, sempre più povero rispetto allo sguardo d’insieme. Per i giornali alcuni argomenti sono impossibili da trattare senza una sceneggiatura a effetto, senza il canovaccio del reality. Il racconto asseconda, nella forma e sempre più nella sostanza, i capricci di un pubblico che appare in pieno stato di regressione cognitiva: “se non mi date il brivido della candid camera, io mi annoio e cambio canale”.

Difficile, in queste condizioni, contrapporre la realtà alle favole, come dovrebbe fare l’informazione. Ed è questo il contesto in cui si pone l’esigenza di contrapporre alla favola sulla “casta” dei giornalisti una realtà fatta di precariato dilagante, di professionalità in caduta libera, di scomparsa delle garanzie per tutta una generazione di professionisti che tentano di mettere a frutto anni di studio. Le colpe di cui si parla, vale a dire le cause del degrado dell’informazione, saranno tutte dei giornalisti. Manca un atto d’accusa convincente ma anche se ci fosse, se i colpevoli venissero individuati e puniti, resterebbe intatta l’esigenza di restituire alla nostra democrazia un’industria dell’informazione sana e vitale.
Anche a questo fine può essere utile guardarsi intorno, per capire se siamo soli, oppure se certe cose che si vivono in Italia facciano parte di un contesto più vasto.

La solita mitizzazione del giornalismo estero (quello solitamente qualificato come “prestigioso” a prescindere, solo perché viene dall’estero) non tiene conto di dinamiche globali che investono anche il giornalismo di casa nostra. L’analisi (scientifica) di Nick Davies sui media britannici raccolta nel volume Flat Earth News spiega che negli ultimi vent’anni i giornali di qualità (quelli, appunto, prestigiosi: non il Sun, non il News of the World, che arrivano a milioni di lettori, ma il Guardian, il Times, che a stento vendono 300 mila copie ciascuno) hanno moltiplicato le pagine e ridotto il personale; che sempre più articoli sono ispirati da comunicati stampa; che sempre meno articoli sono il frutto del lavoro esclusivo dei giornalisti; che, a fronte dei posti di lavoro persi nelle redazioni, aumentano le scrivanie (e gli stipendi) negli uffici stampa di grandi enti, aziende, lobby, associazioni.

Il giornalista senza macchia e senza paura è in via d’estinzione. Oggi come ieri, bisogna pagarlo per lavorare. E pochi sono disposti a tirar fuori il quattrino: non i lettori, non gli inserzionisti, non le diverse agenzie che possono aiutare un giornale a stare in piedi.

Se il giornalismo italiano piange, quello anglosassone non ride. Chi legge i giornali, e chi li fa, ne tenga conto. Anche per sopportare meglio il ruolo di capro espiatorio che ormai sembra inevitabile per tutta la categoria, senza distinzioni.

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