Un folle pomeriggio di ordinaria sanità romana

(Pubblichiamo la testimonianza che ci è stata mandata via e-mail da Pierluigi, un nostro lettore ed amico)
 
Sono le due e mezza di un qualsiasi pomeriggio piovoso di mezzo autunno quando con mia moglie e la nostra piccina varchiamo la soglia del pronto soccorso. La pediatra ci ha consigliato di non trascurare un respiro divenuto improvvisamente quasi sibilante, e di recarci al più vicino ospedale per il necessario trattamento a base di cortisone e di inalazioni liberatorie delle vie respiratorie, giovani di appena due anni.
Il pronto soccorso pediatrico vicino casa ha la particolarita’ (ne avremmo scoperte diverse altre) di essere ospitato in una mastodontica struttura priva pero’ del relativo reparto per i piccini bisognosi di ricovero.
Veniamo accolti e quasi subito visitati nel “box pediatrico” all’interno di una stanza di una quindicina di metri quadri, con due lettini per le visite ed un’infermiera centralinista-tuttofare che risponde ad un telefono indomabile con un perentorio “Polivalente!”.
La dottoressa e’ professionale e tranquillizzante quanto basta per farci pensare che a volte l’oste migliore puo’ essere quello dietro l’angolo.
Una prima inalazione e siamo invitati ad attendere l’effetto del farmaco e a monitorare attentamente la durata della sua efficacia decongestionante, attenzione d’obbligo quando la posta in ballo sono due piccoli polmoni chiamati ad ossigenare una continua esplosione di vitalita’.
Sono ormai quasi le tre e mezzo e l’angusto corridoio del pronto soccorso si fa sempre più popolato di una sfortunata umanita’ sparpagliata alla rinfusa ovunque ci sia spazio per una barella sgocciolante, una sedia a rotelle o un’anima in pena in attesa che il proprio nome venga strillato sguaiatamente dalla “stanza visita” più lontana.
L’aria calda degli ambienti e’ viziata da un insieme di olezzi da fare invidia all’immaginazione di uno dei protagonisti di Suskind.
La nostra sala d’attesa e’ esattamente antistante la Polivalente. Si tratta di un parallelepipedo vuoto di 4X3X3, con una poltroncina reclinabile che non si reclina e tre sedie metalliche di quelle appaiate a mo’ di panchetta.
Sono ormai passate le quattro e  la porta della Polivalente fa gli straordinari. La pediatra ciondola nei paraggi mentre la nostra piccola ha ricomimciato a respirare sporco. Mi avvicino con aria interrogativa. Mi spiega che ci vorra’ un altro aerosol e che appena l’urologo avra’ finito col catetere del signore appena entrato lei potra’ ricominciare a vedere tutti i suoi minipazienti in coda. Prego?
Mi risponde con occhi glaciali. La Polivalente e’ uno spazio condiviso con altri sei specialisti (da cui il nome), che vi si avvicendano alla bisogna, se al malcapitato serve un parere neurologico, una visita oculistica, un controllo dell’otorino o anche un intervento urologico.
La porta si apre appena e intravedo alle spalle della dottoressa il profilo di un uomo sdraito sul lettino, con un medico che fruga tra le nudita’ dei suoi arti inferiori mentre schizzi di liquido giallastro finiscono impietosi sul linoleum della Polivalente.
Stordito dalla scena, guardo la porta richiudersi e riprendo a fatica la coversazione con la dottoressa, che nel frattempo ha ripreso a parlare del respiro di mia figlia.
Ormai alle cinque e mezza, la dottoressa zingara ausculta le spalle della piccina e predispone lei stessa le fiale per la prossima inalazione. L’infermiera a sua disposizione lo e’ anche di tutti gli altri specialisti della Polivalente, e in questo momento sta operando un prelievo ad una signora grassa in sedia a rotelle. La sua schiena grande e’ a meno di mezzo metro da quella minuta della nostra bimba, che su uno sgabello girevole gia’ sbuffa e piagnucola dentro la sua seconda mascherina fumante.
Pochi minuti e la porta si chiude nuovamente alle nostre spalle. Il corridoio alla nostra destra si snoda come un sentiero tortuoso di corpi a caso. Decidiamo di trascorrere all’aria aperta i trenta minuti di attesa prima del successivo controllo. L’aria furoi e’ fresca e verrebbe voglia di scappare lontano.
Alle sei siamo dentro di nuovo. Il respiro non e’ buono, e mentre il terzo aerosol e’ in preparazione si comincia a ventilare l’ipotesi di un ricovero, non li’ che non c’e’ un reparto ma altrove, sperando meno fuori mano di Velletri o Palestrina. Decidiamo di far partire fax a raffica, e i reparti pediatrici di tutta la provincia cominciano a trillare.
L’inalazione e’ finita e concordiamo il prossimo controllo tra un’ora. Salutiamo e ci avviamo alla porta mentre il prossimo paziente in barella viene fatto scivolare dentro per un consulto con il neurochirurgo.
Decidiamo di aspettare un po’ in sala d’attesa, dove un bambino di sette anni si attorciglia insonnolito sulla poltrona che non si sdraia. Si addormenta dopo poco come un serpente.
Forte di un respiro appena liberato, la nostra bimba non fa una piega. Non ha dormito ne’ mangiato per tutto il giorno e la sua socievolezza con chiunque inontri in questo purgatorio ci commuove.
Lo stazionamento forzato davanti alla Polivalente intanto offre spettacoli pulp da fare invidia a Tarantino. Un uomo di mezza eta’ ben vestito stappa le narici dai tamponi per una sbirciatina dall’otorino. Il sangue fluisce dal naso sul pavimento, dove una piccola pozzanghera rossa si crea velocemente ai suoi piedi.
Sempre più stanchi e increduli, troviamo conforto nell’umanita’ gratuita e consolante di altri genitori, i cui gesti e le parole gentili alla lunga fanno bene quanto una boccata d’ossigeno.
Alle sette la stanza e’ occupata da un codice giallo, e la pediatra vagante si presta ad un clandestino controllo del respiro in sala d’aspetto: tiene bene e ci riaggiorniamo per le 8.
La bimba e’ vivace e ci tiene su con le sue imprevedibili domande. Ha fame e decidiamo di farle consumare fuori da li’ il pasto gentilmente offerto dall’infermiera centralinista-tuttofare. Troviamo l’ennesimo bagno senza sapone dove sciacquarci le mani per servire alla piccola il suo primo pasto della giornata.
Alle otto rientriamo, e la situazione sembra sfoltita rispetto a poche ore prima. Alcune grida in fondo al corridoio richiamano l’attenzione di tutti i presenti assopiti e dolenti. Qualcuno e’ imbufalito per l’attesa e ha deciso di entrare senza aspettare una chiamata che sembra non dover mai arrivare. E’ stanco di sperare che ci si preoccupi anche del suo braccio, e denuncia scene alle quali dice di aver assistito più volte nelle ultime ore: basta una telefonata da fuori all’amico di un amico e la fila la salti a pie’ pari. Che vergogna! Ma nessuno si scompone.
La pediatra adesso sta visitando un’adolescente e non puo’ pensare a noi. Nell’andirivieni dalla Polivalente noto i piedi della ragazza sul lettino più vicino alla porta, con il padre accanto che osserva mentre il neurochirurgo poco oltre interroga a voce alta il bambino serpente, dicendogli che e’ caduto e ha sbattuto la testa correndo in casa, vero?
Altri minuti interminabili ingannati parlando con un ragazzo che si e’ infortunato a un ginocchio e la dottoressa viene fuori per dire che tra un attimo rientriamo, il tempo di far cambiare aria alla Polivalente.
Di nuovo su la maglietta e lo stetoscopio ci scruta la schiena e il torace, ancora una volta. La dottoressa conferma il buon andamento e ci rassicura. Se tra un’oretta sta ancora cosi’ possiamo andar via e proseguire la terapia da casa.
Non stiamo nella pelle e cominciamo a sperare che quel calvario assurdo possa avere presto fine.
La dottoressa ci saluta rassicurandoci e affidandoci alle cure della collega entrante.
Un’altra ora passata contando i minuti.
L’ultima attesa extra e’ dovuta ad un improvviso affollamento della Polivalente, che dalle nove resta per noi inagibile per un’altra mezz’ora. Poco male, l’inconsapevole bimba trascorrera’ altro tempo giocando con i suoi nuovi amichetti a chi corre maggiori rischi di contagio reciproco o ambientale.
Finalmente entriamo.
Altro orecchio altra corsa. La nuova pediatra ausculta e osserva. Ci e’ stato detto che il manuale per questi casi prevede che l’effetto del farmaco inalato abbia una durata minima di tre ore per evitare la necessita’ del ricovero. Esausti, pendiamo dalle sue labbra nella speranza che confermi il buon andamento delle ultime ore.
Un leggero fruscio all’altezza delle scapole cambia il verdetto, e la nuova dottoressa sconsiglia di riportarci tutti a casa.
Sgomenti ci guardiamo negli occhi per capire il dafarsi, mentre l’oculista e’ in visita alle nostre spalle. Confuso e stordito, intuisco che lo straniero ha danneggiato la sua cornea con un cotton-fioc, poi trovo il modo di isolarmi da tutto e tornare sul nostro dilemma.
Un posto si e’ liberato dall’altra parte della citta’, dove poco più di due anni fa davamo il benvenuto alla nostra biccolina. La struttura e’ di prima qualita’ per la cura dei piccini. Che fare?
Appesi ad un filo d’angoscia lungo ormai otto ore, ci sforziamo di restare lucidi, ma invano.
La Polivalente ci ha sfiniti e vorremmo essere a casa gia’ da un pezzo, ma lo scrupolo ci blocca su quelle sedie. La decisione e’ presa, meglio non rischiare.
La conferma del nostro arrivo all’altro ospedale, le carte per il trasferimento, una giovane infermiera in tuta fluorescente che ci accompagnera’ all’ambulanza. Tutto accelera improvvisamente dopo le dieci e mezza di sera, e per l’ennesima varchiamo la soglia della Polivalente.
Mentre le mettiamo il cappellino e la giacca, la piccola chiede candida “dove vado?”. Reprimo a fatica un singhiozzo promettendole di li’ a poco una gita bellissima su una macchina grande con tante luci, mentre la Polivalente si allontana definitivamente alle nostre spalle.

PS: la bimba ora sta meglio e sta completando la terapia a casa dopo due giorni di ricovero, lontana dalla Polivalente.

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