Vorrei: informare per passione

Antonio Cornacchia è il direttore della rivista on-line Vorrei, che segue l’attualità di Monza e dintorni.

“Vorrei” ha una vocazione locale. Quanto è vera questa affermazione?
In buona parte. Ma sin dalla nascita non si è mai preclusa la possibilità di affrontare argomenti non proprio brianzoli. La logica solitamente è molto semplice: «ci riguarda?» Se sì, anche un avvenimento tenutosi in Puglia o a Londra può essere preso in considerazione. Cerchiamo comunque di evitare di parlare di qualsiasi argomento, soprattutto se mainstream, provando a dare invece un punto di vista inedito su argomenti altrove trascurati.

La tua voglia di fare informazione locale nasce alcuni anni fa, in Puglia. Poi ti sei spostato a Monza. Cosa è cambiato nel tuo modo di raccontare il territorio dove vivi?
Nel mio personale non moltissimo, se non nella coscienza di conoscere assai poco questa realtà e quindi di limitare i giudizi a favore di una osservazione che sfocia nella narrazione e – soprattutto – nella ricerca di senso. Cioé quello che è sempre stato il motivo per cui ho curato progetti editoriali: i prodotti fatti per essere venduti, i giornali intesi come merce non mi interessano più di tanto, mi appassionano i giornali intesi come progetti culturali e Vorrei lo è profondamente, a partire dalla sua natura rigorosamente e completamente non profit, una specie di bestemmia in un momento in cui il vero dio è il danaro.

Di mestiere sei un grafico. Cosa è per te il giornalismo?
Un ambito, un’attività “sensibile”, alla pari della sanità o dell’istruzione, per la quale le sole logiche commerciali non sono sufficienti, anzi possono diventare nefaste. La logica economica ne mina profondamente l’etica perché giornalisti ed editori sono sotto scacco di inserzionisti e finanziatori. Probabilmente è per questo che non ho mai pensato che potesse diventare il mio mestiere. Preferisco fare l’art director e vendere alla luce del sole quel che faccio, piuttosto che scrivere comunicati stampa camuffati da articoli e spacciarmi per giornalista.