Manifesto elettorale

Le elezioni si avvicinano. Così velocemente che agosto sarà il mese perfetto per un’inchiesta sulle liste che saremo chiamati a votare. Chi sceglierà i nomi delle liste bloccate di ciascun partito? Con quale criterio?

Il vero problema del sistema vigente, infatti, non sono le liste bloccate, ma i criteri della loro composizione. Ecco perché il partito migliore sarà quello che sceglierà i candidati con trasparenza e metterà in lista persone competenti e oneste, politici di carattere, insomma persone che meriterebbero di vincere anche nel migliore dei sistemi elettorali possibili. Come sceglierle? Nella risposta a questa domanda i partiti possono distinguersi enormemente tra loro, sforzandosi di mettere in pratica quanto vanno dicendo su merito, innovazione, svecchiamento della classe dirigente.

Le liste bloccate non esistono solo in Italia. Il caso italiano si distingue, però, per la totale discrezionalità dei capi di partito nella scelta dei candidati. La legge elettorale potrà pure restare in vigore, ma nel suo ambito i partiti potranno distinguersi tra loro per democrazia interna. La democrazia, si sa, ha i suoi tempi. Ecco perché non è troppo presto per chiedere ai partiti: chi sceglierà i vostri candidati alle prossime elezioni? Con quale criterio?

Al voto! Al voto! Ma come sceglieranno i candidati stavolta?

Non esiste, al momento, una maggioranza parlamentare che desideri una legge elettorale diversa. Ma questo non impedisce ai partiti di candidare gente decente, pensante, selezionata alla luce del sole. Ci sono molte cose che si possono fare se davvero si desidera prendere le distanze dalla legge attuale. Non si tratta, infatti, di boicottare le elezioni ma di avviare in proprio una selezione dei candidati aperta e trasparente. Al momento Vendola, Di Pietro, Bersani, Fini, Casini, eccetera, hanno la facoltà di mettere in lista chi gli pare. Ma non sono obbligati. Anche se ad alcuni piace fingere che sia così.

Ora si parla di elezioni anticipate e i leader dei partiti, almeno quelli che si dichiarano contrari alla legge elettorale vigente, possono già far sapere all’opinione pubblica come intendono comporre le liste. Nel Paese ci sono elettori pronti a premiare il partito che si distinguerà concretamente dall’andazzo attuale, nei criteri e nelle scelte.

A passo di gambero

Non c’è pace per il Pd. Meno di 3 anni di vita, 3 segretari diversi e altrettanti rovesci elettorali. Un’emorragia di voti e di dirigenti che sembra inarrestabile. Davanti a questo disastro, è inutile addossare la colpa al segretario pro tempore. Davanti al fallimento di tutte le linee politiche fin qui sperimentate, non si può negare che a fare acqua sia proprio il progetto del partito. Ammesso che un progetto ci sia, nessuno l’ha compreso. Dovrebbe essere ormai chiaro che non basta opporsi al modello berlusconiano se non si è in grado di proporre un modello alternativo di società e di sviluppo. Anche perché il fondamento del consenso elettorale è proprio l’adesione a un progetto e, per quanto discutibile, il Pdl ne ha uno. Perché un elettore dovrebbe fare militanza in un partito talmente ripiegato su se stesso da non saper ammettere una sconfitta elettorale? Perché il Pd non è più in grado di proporre nuove candidature in ruoli di governo come invece riesce al Pdl e alla Lega? Perché il Pd, un partito di sinistra, paradossalmente sfonda solo nei ricchi centri urbani ma affonda nelle province più disagiate? Adesso 49 senatori hanno chiesto a Bersani un cambio di passo. In realtà a queste nostre domande non dovrebbe rispondere solo il segretario, ma tutti coloro che hanno fondato e voluto questo partito. Perché continuando così, a passo di gambero, si rischia di non vedere il precipizio.

Bersani a Sanremo, ma non è Samuele

La sinistra negli ultimi anni ha perso appeal perché a furia di stare nei salotti ha dimenticato di stare in mezzo alla gente, quella “gggente” che non frequenta quei circoli culturali della sinistra un po’ snob, ma guarda la tv. E poi, magari, vota Berlusconi. E’ un luogo comune da sfatare.
Adesso in tv c’è Sanremo, che cade in piena campagna elettorale. E quale idea geniale viene ai soloni del Pd? Bersani andrà a Sanremo, e il dopofestival in onda su Youdem.
Peccato però che alcuni festival degli ultimi anni sono stati così noiosi che il grande pubblico a Sanremo sembra ormai aver voltato le spalle. Persino la Carrà, la Ventura, Baudo e Panariello nulla hanno potuto davanti all’audience in caduta libera. La stessa Rai ha smesso di organizzare il dopofestival quando ha capito che si trattava di accanimento terapeutico. Ora, vi pare che chi non guardava più il dopofestival sulla Rai adesso lo cercherà su Youdem?
Anche perché quella “gggeente” che prima guardava festival e dopofestival da qualche anno gli preferisce il Grande Fratello e Mai dire Grande Fratello.
Fossimo in Bersani ci guarderemmo bene da questa ennesima trovata bislacca. Anche perché dall’esordio a Sanremo alla partecipazione come vip decaduto all’Isola dei famosi il passo è breve.

Impar condicio

«Liberticida e assurda». Così Berlusconi ha definito la legge sulla par condicio, auspicandone l’abolizione. Fin qui niente di nuovo, dal momento che più volte il Cav. si è detto contrario alla quella legge. La par condicio fu varata dal centrosinistra esattamente dieci anni fa, nel maldestro tentativo di arginare la concentrazione dei mezzi d’informazione e la mancata approvazione di una legge sul conflitto di interessi. Il risultato è che le trasmissioni generaliste durante la campagna elettorale devono cercare in tutti in modi di evitare la politica (compito a dir poco impossibile), mentre gli altri programmi devono concedere spazi uguali a tutti i partiti, indipendentemente dalla loro storia o consistenza. È questo il motivo per cui prima delle elezioni compaiono in tv personaggi sconosciuti ai più ma imposti al telespettatore solo perchè candidati. Rischiamo di rivedere gente come Schultze del Partito Umanista o come Daniela Melchiorre dei Liberaldemocratici, tutti destinati all’oblio generale ad urne chiuse. 
Le parole di Berlusconi sembrerebbero quelle di un capo dell’opposizione: si fa infatti fatica a capire come mai con la maggioranza bulgara di cui dispone continua a “sopportare” quella legge anziché abrogarla. Ieri la Commissione di Vigilanza Rai ha votato un regolamento applicativo della par condicio che impedisce la messa in onda di trasmissioni di approfondimento politico durante la campagna elettorale. Un po’ come far chiudere i sexy shop in un quartiere a luci rosse, insomma. Ciò vuol dire che chi vuole decidere chi votare guardando la tv si lascerà ammorbare da quelle insopportabili tribune politiche al cloroformio. Ma ecco l’assurdo più assurdo: i vari Vespa, Santoro, Floris e Annunziata potrebbero continuare ad andare i video a condizione che ospitino nei loro spazi le tribune politiche. Un po’ come chiedere ad un grosso pastificio di mettere la propria etichetta su una prodotto preparato da qualcun altro con ingredienti scelti da quest’ultimo. 
Il regolamento si applica anche alle emittenti private, ma solo dall’11 al 28 febbraio, ovvero prima che cominci la vera campagna elettorale. Ovvero, fuori dalla Rai è zona franca. Non sarà mica che al Cav. tutto sommato la par condicio non dispiace? Fossimo in Bersani e Di Pietro sfideremmo Berlusconi chiedendogli l’immediata abrogazione della (im)par condicio. 
Ma Di Pietro e Bersani –ne siamo sicuri- dei nostri consigli non hanno bisogno.