Santa pazienza

Il cardinale Dionigi Tettamanzi e’ l”italiano dell’anno’. La scelta e’ di Famiglia Cristiana. “E’ il
volto della Chiesa che ci piace. Una Chiesa che non si arrocca nei sacri palazzi, nella cura di propri ”orticelli”. Ma dialoga con tutti. Premurosa verso gli ultimi della societa’, per dare voce a chi
non ha voce, discriminato per il colore della pelle o per un diverso credo religioso”. Cosi’ il direttore di Famiglia Cristiana don Antonio Sciortino spiega le ragioni che hanno portato il settimanale a scegliere l’arcivescovo di Milano, il cardinale Dionigi Tettamanzi, quale ”italiano dell’anno”.
 Nell’editoriale che apre il numero in edicola questa settimana, e la cui copertina e’ appunto dedicata al cardinale Tettamanzi, don
Sciortino scrive ancora: “Pazienza se la difesa della dignita’ umana ha un prezzo. E se rivendicare il diritto alla preghiera per i
musulmani, scatena grevi insulti: da “cattocomunista” a ”imam di Kabul”. Attacchi sopportati nel silenzio e in solitudine. Con evangelica pazienza”.

Una Famiglia indigesta per Berlusconi

Berlusconi è al tramonto per oltre il 70 per cento dei lettori del settimanale Famiglia Cristiana, che in questi giorni aveva lanciato un sondaggio sul sito on line della rivista (www.famigliacristiana.it) . Intanto Berlusconi ha annunciato che lunedì non aprirà a Milano la Conferenza nazionale sulla famiglia.

Rosarno, cronaca di una vergogna annunciata

Riproduciamo l’articolo pubblicato nel dicembre del 2008 su Famiglia Cristiana. Era già tutto previsto.

Ho visto centinaia di uomini vivere come bestie, forse peggio. Al freddo e all’umido. Riparati solo dai cartoni. Intossicati dal fumo dei fuochi che accendono per riscaldarsi. I più fortunati si riparano sotto un tetto. Altri non hanno neppure quello e tentano di proteggersi in qualche modo dalla pioggia battente. Mangiano poco e male. Lavorano come schiavi, senza diritti e vivono con il terrore di essere arrestati o rimpatriati.

Stanno qui, fra noi, nell’Italia del 2008. Li ho visti nella Piana di Gioa Tauro, in Calabria. Sono gli uomini senza i quali, in questa stagione, non troveremmo sule nostre tavole le arance e i mandarini. Hanno attraversato il deserto africano e poi, su barche di fortuna, il Mediterraneo. Sono approdati in Italia e infine sono finiti qui perché in questo periodo sanno che c’è lavoro. Gli alberi sono carichi di frutti e fino all’inizio della primavera qualche soldo è assicurato. Poi si vedrà.

La situazione nella Piana di Gioia Tauro presenta caratteristiche riferibili a un contesto di crisi umanitaria”, si legge nel rapporto di Medici Senza Frontiere dedicato alla condizioni degli immigrati impiegati in agricoltura nelle regioni del Sud Italia. Il rapporto è del 2007, ma si potevano scrivere le stesse cose nel 2006 e le possiamo ripetere anche oggi. E’ una crisi umanitaria. Sì, qui la Calabria è come il Sudan della guerra civile e delle carestie. Come lo Zimbabwe del colera. Come il Congo dei conflitti e delle epidemie.

Qui lo Stato non c’è. Questi uomini hanno percorso migliaia di chilometri e hanno avuto la sfortuna di trovare lavoro in una terra spolpata dalla criminalità, devastata dall’abusivismo, male amministrata. I sindaci di Rosarno e di Gioia Tauro sono stati arrestati per concorso esterno in associazione mafiosa. I comuni sono stati sciolti per infiltrazioni mafiose. In questo contesto chi mai può prendersi cura di centinaia di immigrati africani? In assenza dello Stato si muovono Medici Senza Frontiere e i volontari delle Caritas locali.

Per l’intera stagione della raccolta degli agrumi Medici Senza Frontiere mantiene a Rosarno un presidio permanente. Cristina Falconi è la coordinatrice del progetto. Ha lavorato per l’associazione umanitaria nei posti più devastati del pianeta e confida che le fa un certo effetto fare in Italia lo stesso tipo di assistenza portata alle popolazioni del Sudan, di Haiti, dello Zimbabwe.

Con Cristina e gli altri volontari ci mettiamo in moto nel primo pomeriggio. Il cielo è basso, grigio e gonfio di pioggia. Una pioggia battente che il vento di libeccio spinge a ondate in tutte le direzioni. Dal centro di Rosarno raggiungiamo un grande capannone. E’ una cartiera abbandonata e almeno 600 africani la usano come ricovero. Nel grande spiazzo davanti all’edificio ci sono tre cassonetti stracolmi di immondizia che nessuno raccoglie da giorni. Sulla cancellata esterna sono stesi, sotto la pioggia, pantaloni, canottiere, mutande, magliette, anche un paio di scarpe. Non si asciugheranno mai. In un angolo ardono due fuochi. Sopra la fiamma c’è una griglia di fortuna sulla quale arrostiscono dei polli.

I volontari di Medici Senza Frontiere montano il tendone sotto il quale distribuiranno per tutto il pomeriggio sacchi a pelo, sapone, spazzolini e dentifricio. Consegnano anche un foglio con le indicazioni per raggiungere l’ambulatorio locale. I ragazzi con la pelle scura li osservano con le mani affondate nelle tasche dei giacconi e le teste riparate dai cappucci. Alcuni si aggirano con ciabatte da spiaggia.

Vuoi vedere dentro?”, propone Cristina. Andiamo. Dentro è l’inferno. Il fumo dei fuochi accesi per scaldare l’ambiente prende subito alla gola e fa bruciare gli occhi. Dal tetto, in molte parti sfondato, filtra un po’ di luce e naturalmente cade dentro la pioggia. Una pecora si aggira quieta, ignara del destino che di sicuro la attende fra qualche giorno. Quella che ci troviamo davanti potrebbe esser chiamata una baraccopoli, ma forse sarebbe più corretto chiamarla “cartonopoli”, dal momento che i ripari e l’intimità dono garantiti da scatoloni ammassati. Alcuni uomini stanno cucinando della brodaglia, altri sono stesi sulle coperte luride. Nell’oscurità si intravedono ombre, qua e là razzolano dei polli.

Questi ragazzi avrebbero tutto il diritto di gridare, piangere, disperarsi. Invece riescono a sorriderti, ti stringono la mano, di dicono welcome, benvenuto. Eduard, 42 anni, ghanese, ci porta a vedere i bagni e le docce e forse era meglio se ce li avesse tenuti nascosti. Eduard racconta che lavorava in fabbrica a Treviso, ma poi ha perso i lavoro. Ha quattro figli e dice di non vederli da quattro anni. Conserva le loro foto sul telefonino. Eduard qui è tra i più anziani. L’età media è 25 anni, ma ci sono anche ragazzi di 17 e 20 anni. Le loro storie sono tutte simili. Arrivano dal Ghana, dal Mali, dal Burkina Faso, dalla Costa d’Avorio. Hanno attraversato il deserto per arrivare sulle coste della Libia e hanno pagato i trafficanti di uomini, che li hanno fatti imbarcare per Lampedusa. La maggior parte di loro sono ragazzi colti, hanno studiato. Fa impressione la precisione con la quale raccontano le date di arrivo in Italia. Alcuni sono arrivati a Lampedusa pochi mesi fa.

Quest’anno fra gli agrumeti si lavora meno degli anni scorsi. Gli agrumi spagnoli hanno invaso i mercati. La paga raggiunge al massimo 25 euro al giorno, ma almeno 5 euro vanno agli autisti che accompagnano i lavoratori ai campi. Quando finisce la stagione questi ragazzi vagheranno per l’Italia in attesa della raccolta dei pomodori. Dany ha 29 anni e viene dal Burkina Faso. “Sono in Italia da otto mesi e sto qui alla fabbrica da 23 giorni, ma ne ho lavorati solo quattro. C’è poco lavoro, ma non ho scelta”. Dany ha mal di schiena e il medico si Msf, Saverio Bellizzi, gli consegna una compressa contro il dolore.

Nel centro di Rosarno, a pochi metri dagli addobbi di Natale, un altro centinaio di immigrati sta ancora peggio, senza un tetto in un altro capannone abbandonato. Poi ci sono quelli sparsi nei casolari della campagna. In tutto sono almeno un migliaio a vivere in queste condizioni nella zona della Piana. Msf ha incontrato i vertici della Regione e i commissari prefettizi dei comuni commissariati. Ci sono state promesse di intervento. Ora aspettano i fatti. Intanto continuano a distribuire sacchi a pelo. I ragazzi con la pelle scura sorridono e ringraziano. Uno di loro prende il sacco e dice God bless you, Dio vi benedica.

ROBERTO ZICHITTELLA

Quando don Leonardo Zega parlava di Dio

Di Don Leonardo Zega, lo storico direttore di Famiglia Cristiana, morto a Milano la sera del 5 gennaio, pubblichiamo un passaggio dell’omelia che tenne nel 2008, quando celebrò il suo ottantesimo compleanno.

“Spesso  ci chiediamo: chissà com’è Dio? Non bisogna parlare di Dio in maniera facilona. Ma se immaginiamo il volto di Dio in controluce al volto di Cristo, tutto diventa più facile. Quando i discepoli sono turbati dal discorso d’addio di Gesù, lui dice loro una cosa semplice: credete in Dio e in me. Fidatevi di Dio e di me. Guardate quello che ho fatto e anche voi fate lo stesso. Niente belle parole. Solo l’esempio. Fatevi miei imitatori, dice Gesù. Ed è per questo che noi siamo preti: per dire agli uomini la tenerezza di Dio. Tutto il resto è secondario. Dio ci vuole bene veramente. E se riusciamo a trasferire questo messaggio alle persone, siamo andati alla sostanza della nostra missione.  Ai miei confratelli ho spesso detto: regole e orari sono cose troppo piccole per spenderci una vita. Se riusciamo, invece, a far percepire l’amore di Dio, possiamo essere sereni davanti al tribunale di Dio. E possiamo dire che non abbiamo sprecato la nostra vita. Se posso dire d’aver amato qualcosa  è stato il contatto diretto che ho tenuto, per molti anni, con i lettori. Ho cercato di defilarmi, per far parlare il Vangelo, per far parlare la gente: ascoltarla, sentirla, darle spazio e voce. Senza pretendere di insegnare nulla a nessuno. Perché uno solo è il vostro Maestro, Gesù Cristo. Così è scritto nei Vangeli”.

Addio a don Zega, storico direttore di Famiglia Cristiana

E’ morto don Leonardo Zega, sacerdote paolino, direttore del settimanale Famiglia Cristiana dal 1980 al 1998. Era nato il 19 aprile 1928 a Sant’Angelo in Pontano, in provincia di Macerata. Lo ha stroncato un attacco cardiaco. Nel 1998 aveva vinto il Premio Saint Vincent per il giornalismo. Dopo aver lasciato la direzione di Famiglia Cristiana, don Zega aveva collaborato come editorialista con La Stampa e con Oggi. Attualmente dirigeva il mensile Club3Vivere. Il suo ultimo editoriale, intitolato “Siamo tutti responsabili”, appare sul numero del mensile in edicola questo mese. Come direttore di Famiglia Cristiana lottò con coraggio contro i tentativi del Vaticano di “normalizzare” il settimanale paolino. Riuscì ad andarsene senza farsi licenziare.