Lo schizoide

C’è un uomo politico italiano che avrebbe definito il nostro premier “una persona dissociata e afflitta da disturbi schizoidi”. Ne ha parlato stamane Eugenio Scalfari su Repubblica nel suo consueto editoriale ed essendo ormai trascorsa una giornata intera senza nessuna smentita, si può ritenere che l’episodio sia realmente accaduto. Fin qui nessuna novità – penseranno in tanti – perché l’on. Di Pietro su Berlusconi ne ha dette anche di peggiori. E invece no, perché a pronunciare quelle parole sarebbe stato nientemeno che il Presidente della Repubblica. Pare che Napolitano sia rimasto molto contrariato dalle critiche espresse da Berlusconi a proposito dell’attività di controllo preventivo esercitata dalla Presidenza delle Repubblica sui disegni di legge presentati dal governo, controllo previsto espressamente dall’art.87 della nostra Costituzione. Invece in un colloquio privato il premier schizoide avrebbe promesso al Presidente di non muovere pubblicamente altre critiche a lui e al suo staff.
In totale sintonia col Presidente della Repubblica, pieno sostenitore del federalismo, si trova invece la Lega. E così oggi l’unico in grado di dividere Berlusconi da Bossi è proprio Napolitano. Con buona pace di Di Pietro.

I fiori puzzolenti

“Bisogna divellere i fiori puzzolenti, pieni di immondizia e di cupidità, gonfiati di superbia. Li mali pastori e rettori intossicano e imputridiscono questo giardino. Gittateli di fuori, che non abbiano a governare. Ohimé , che grande confusione è questa, di vedere coloro che debbono essere specchio in povertà volontaria, immersi in tante pompe e vanità del  mondo, più che se fossero mille volte nel secolo”.
Così scriveva Santa Caterina da Siena, patrona d’Italia, a papa Gregorio XI ai tempi dello scisma di Avignone. Le miserie del caso Boffo erano ancora lontane, ma la santa vedeva lungo e le sue parole sono più che mai di attualità in queste giornate nerissime per le gerarchie vaticane. Fa bene Giancarlo Zizola a ricordarle in un edtoriale pubblicato oggi su Repubblica.

Vedere bianco e vedere nero

Su Repubblica il teologo Vito Mancuso commenta le lotte di potere in Vaticano (in particolare la presunta faida fra Bertone-Vian e Ruini-Boffo, combattuta tramite Vittorio Feltri) con sante parole. “Rimane però il problema pricipale, e cioè che oggi, molto più di ieri il criterio decisivo per fare carriera all’interno della Chiesa”, scrive Mancuso, “non è la spiritualità e la nobiltà d’animo ma il servilismo,  e che la dote principale richiesta al futuro dirigente ecclesiastico non è lo spirito di profezia e l’ardore della carità, ma l’obbedienza all’autorità sempre e comunque”.

Aggiunge Mancuso: “Il messaggio dell’amore universale per il quale Gesù ha dato la vita non è un imbroglio. L’imbroglio e gli imbroglioni sono coloro che lo sfruttano per la loro sete di potere, per la quale hanno costruito una teologia secondo cui credere in Gesù significa obbedire sempre e comunque alla Chiesa”.

Terrificanti le parole di Ignazio di Loyola citate da Mancuso per esemplificare il suo ragionamento: “Per essere certi in tutto, dobbiamo sempre tenere questo criterio: quello che io vedo bianco lo vedo nero, se lo stabilisce la Chiesa gerarchica”.