Letterina

Caro Di Pietro,
In un’intervista al Corriere della Sera oggi fai mea culpa. Ma non basta. E no. Come scrivevamo ieri, dovresti spiegare dove prendi la gente che porti in Parlamento, come la scegli. Oggi ti dici dispiaciuto di quello che è successo, dei due deputati del tuo partito che hanno dato al governo due dei tre voti che gli hanno consentito di sopravvivere. Insomma, se quei due voti fossero andati dall’altra parte, oggi avremmo una maggioranza diversa. Ed è un film già visto. Già in passato ci sono stati deputati tuoi che hanno fatto il salto, in modo decisivo. E allora: chi, cosa, garantisce che il tuo partito non lo faccia ancora? Che non continui a offrire, attraverso i suoi deputati, altre occasioni d’oro alla classe politica che dichiara di voler combattere? Serve quindi qualche spiegazione sul metodo: Di Pietro, come scegli i tuoi deputati? Chi te li presenta? Come verifichi il loro curriculum? In base a cosa hai stabilito che Razzi e Scilipoti, che oggi hai definito “privi di strumenti culturali”, fossero degni di sedere in Parlamento? Intendi completare la tua autocritica con una dettagliata spiegazione di come sceglierai i tuoi prossimi deputati, per evitare che succeda ancora, ammesso che qualcuno intenda ancora votare il tuo partito?
Fiduciosi in una risposta molto presto,
Atlantis.

Manifesto elettorale

Le elezioni si avvicinano. Così velocemente che agosto sarà il mese perfetto per un’inchiesta sulle liste che saremo chiamati a votare. Chi sceglierà i nomi delle liste bloccate di ciascun partito? Con quale criterio?

Il vero problema del sistema vigente, infatti, non sono le liste bloccate, ma i criteri della loro composizione. Ecco perché il partito migliore sarà quello che sceglierà i candidati con trasparenza e metterà in lista persone competenti e oneste, politici di carattere, insomma persone che meriterebbero di vincere anche nel migliore dei sistemi elettorali possibili. Come sceglierle? Nella risposta a questa domanda i partiti possono distinguersi enormemente tra loro, sforzandosi di mettere in pratica quanto vanno dicendo su merito, innovazione, svecchiamento della classe dirigente.

Le liste bloccate non esistono solo in Italia. Il caso italiano si distingue, però, per la totale discrezionalità dei capi di partito nella scelta dei candidati. La legge elettorale potrà pure restare in vigore, ma nel suo ambito i partiti potranno distinguersi tra loro per democrazia interna. La democrazia, si sa, ha i suoi tempi. Ecco perché non è troppo presto per chiedere ai partiti: chi sceglierà i vostri candidati alle prossime elezioni? Con quale criterio?

Al voto! Al voto! Ma come sceglieranno i candidati stavolta?

Non esiste, al momento, una maggioranza parlamentare che desideri una legge elettorale diversa. Ma questo non impedisce ai partiti di candidare gente decente, pensante, selezionata alla luce del sole. Ci sono molte cose che si possono fare se davvero si desidera prendere le distanze dalla legge attuale. Non si tratta, infatti, di boicottare le elezioni ma di avviare in proprio una selezione dei candidati aperta e trasparente. Al momento Vendola, Di Pietro, Bersani, Fini, Casini, eccetera, hanno la facoltà di mettere in lista chi gli pare. Ma non sono obbligati. Anche se ad alcuni piace fingere che sia così.

Ora si parla di elezioni anticipate e i leader dei partiti, almeno quelli che si dichiarano contrari alla legge elettorale vigente, possono già far sapere all’opinione pubblica come intendono comporre le liste. Nel Paese ci sono elettori pronti a premiare il partito che si distinguerà concretamente dall’andazzo attuale, nei criteri e nelle scelte.

Larghe intese

Ieri Antonio  Di Pietro e Roberto Calderoli hanno tenuto una conferenza stampa congiunta nella quale hanno spiegato il loro accordo sul federalismo demaniale. Gli elettori dell’Idv (e non solo) sono rimasti molto sorpresi di questa insolita intesa tra la Lega e il partito di Di Pietro, anche perché persino il Pd si è astenuto su quel provvedimento. Eppure, a ben guardare, Di Pietro e Calderoli hanno molto in comune: linguaggio greve, un rapporto travagliato con la lingua italiana, spiccato linguaggio mimico-gestuale e un talento naturale per i paragoni improbabili. Due tipi così in politica prima o poi dovevano ritrovarsi assieme. Speriamo che non ci prendano troppo gusto.

Lo schizoide

C’è un uomo politico italiano che avrebbe definito il nostro premier “una persona dissociata e afflitta da disturbi schizoidi”. Ne ha parlato stamane Eugenio Scalfari su Repubblica nel suo consueto editoriale ed essendo ormai trascorsa una giornata intera senza nessuna smentita, si può ritenere che l’episodio sia realmente accaduto. Fin qui nessuna novità – penseranno in tanti – perché l’on. Di Pietro su Berlusconi ne ha dette anche di peggiori. E invece no, perché a pronunciare quelle parole sarebbe stato nientemeno che il Presidente della Repubblica. Pare che Napolitano sia rimasto molto contrariato dalle critiche espresse da Berlusconi a proposito dell’attività di controllo preventivo esercitata dalla Presidenza delle Repubblica sui disegni di legge presentati dal governo, controllo previsto espressamente dall’art.87 della nostra Costituzione. Invece in un colloquio privato il premier schizoide avrebbe promesso al Presidente di non muovere pubblicamente altre critiche a lui e al suo staff.
In totale sintonia col Presidente della Repubblica, pieno sostenitore del federalismo, si trova invece la Lega. E così oggi l’unico in grado di dividere Berlusconi da Bossi è proprio Napolitano. Con buona pace di Di Pietro.

L’Anti-Bananas

“Non si tratta di interpretazione, ma di un palese abuso di potere che in uno Stato di diritto andrebbe bloccato con l’intervento delle forze armate al fine di fermare il dittatore”.

Non sembrano esattamente le parole di uno che ha scelto di fare il moderato. E infatti, sono le parole di Antonio Di Pietro. Di una cosa possiamo dirci sicuri: il suo pensiero non avrà mai bisogno di un decreto intepretativo.

Impar condicio

«Liberticida e assurda». Così Berlusconi ha definito la legge sulla par condicio, auspicandone l’abolizione. Fin qui niente di nuovo, dal momento che più volte il Cav. si è detto contrario alla quella legge. La par condicio fu varata dal centrosinistra esattamente dieci anni fa, nel maldestro tentativo di arginare la concentrazione dei mezzi d’informazione e la mancata approvazione di una legge sul conflitto di interessi. Il risultato è che le trasmissioni generaliste durante la campagna elettorale devono cercare in tutti in modi di evitare la politica (compito a dir poco impossibile), mentre gli altri programmi devono concedere spazi uguali a tutti i partiti, indipendentemente dalla loro storia o consistenza. È questo il motivo per cui prima delle elezioni compaiono in tv personaggi sconosciuti ai più ma imposti al telespettatore solo perchè candidati. Rischiamo di rivedere gente come Schultze del Partito Umanista o come Daniela Melchiorre dei Liberaldemocratici, tutti destinati all’oblio generale ad urne chiuse. 
Le parole di Berlusconi sembrerebbero quelle di un capo dell’opposizione: si fa infatti fatica a capire come mai con la maggioranza bulgara di cui dispone continua a “sopportare” quella legge anziché abrogarla. Ieri la Commissione di Vigilanza Rai ha votato un regolamento applicativo della par condicio che impedisce la messa in onda di trasmissioni di approfondimento politico durante la campagna elettorale. Un po’ come far chiudere i sexy shop in un quartiere a luci rosse, insomma. Ciò vuol dire che chi vuole decidere chi votare guardando la tv si lascerà ammorbare da quelle insopportabili tribune politiche al cloroformio. Ma ecco l’assurdo più assurdo: i vari Vespa, Santoro, Floris e Annunziata potrebbero continuare ad andare i video a condizione che ospitino nei loro spazi le tribune politiche. Un po’ come chiedere ad un grosso pastificio di mettere la propria etichetta su una prodotto preparato da qualcun altro con ingredienti scelti da quest’ultimo. 
Il regolamento si applica anche alle emittenti private, ma solo dall’11 al 28 febbraio, ovvero prima che cominci la vera campagna elettorale. Ovvero, fuori dalla Rai è zona franca. Non sarà mica che al Cav. tutto sommato la par condicio non dispiace? Fossimo in Bersani e Di Pietro sfideremmo Berlusconi chiedendogli l’immediata abrogazione della (im)par condicio. 
Ma Di Pietro e Bersani –ne siamo sicuri- dei nostri consigli non hanno bisogno.